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La nave romana dell'isola di Spargi




Spargi è un'isola dell'arcipelago della Maddalena nella Sardegna nord-orientale in provincia di Olbia-Tempio. L'isola, con una superficie di 4,20 Km² è la terza per estensione dell'arcipelago, ha uno sviluppo costiero di 11 Km e la punta di Guardia Preposti, la più elevata dell'isola raggiunge la quota di 153 metri s.l.m.


Di natura granitica, ricchissima di acqua e vegetazione ospita numerose specie di uccelli. Oggi disabitata per buona parte dell’anno ha avuto un primo stanziamento di epoca moderna nei primi decenni dell'Ottocento, quando un bandito, Natale Berretta, perseguitato dalla legge, sfuggì al carcere nascondendosi sull'isola, fin quando, ormai riconosciuto innocente decise di stabilirvisi stabilmente. Buona parte della superfice dell’isolotto è interessata dagli stabilimenti militari delle due guerre mondiali e gli stanziamenti sono tutt'oggi visibili, fra loro il forte Zanotto di Cala Corsara è sicuramente il meglio conservato. Nei fondali circostanti l'isola sono stati recuperati vari reperti e i resti di una nave romana del II sec. a.C. oggi esposti al museo navale di La Maddalena.


LA NAVE
Nel II secolo a. C., la fine vittoriosa della Guerra Punica e l'incontro con la cultura greca liberarono nelle popolazioni italiche, ormai unite sotto Roma e temperate dai durissimi sacrifici sopportati una straordinaria esplosione di energie e di vitalità. L'intero bacino mediterraneo si apriva alla conquista, allo scambio dei beni e delle opere culturali. Sul mare si disegnarono cento e cento rotte di civiltà tra l'oriente e l'occidente; le navi subirono sostanziali miglioramenti costruttivi e con esse i recipienti e i metodi per il trasporto delle merci; le tecniche di navigazione erano ormai collaudate e perfezionate non soltanto dall'esperienza bellica di tante battaglie navali, ma, come s'è detto, dalla stessa attività piratesca che dovette la sua fortuna proprio ai progressi che l'uomo mediterraneo andava facendo nella conoscenza dei venti, delle correnti, dei fondali, dei ridossi.
L'Arcipelago de La Maddalena fu uno dei centri nodali del traffico marittimo in tutto il II e I secolo a.C.; innumerevoli navi solcarono le Bocche di Bonifacio - il Fretum Pallicum dei romani - in ogni direzione e il ritrovamento di una moneta d'argento di età repubblicana La Maddalena, segnalato dallo studioso G. Spano nel 1869, è il primo dato certo della presenza romana nelle nostre isole.


Nel 1907 il Capitano di vascello Aristide Garelli, autore del più antico volume di un certo rilievo sulla storia dell'Arcipelago, scrisse: "Sul fondo del Canale della Moneta, che separa La Maddalena dalla vicina Isola di Caprera, sono state trovate anfore di perfetta fattura romana...". Non sappiamo se si riferisse a quelle rinvenute da Garibaldi quasi 30 anni prima, delle quali il generale fece generosa donazione ai molti visitatori di Caprera. Il Garelli pubblicò la fotografia di una di esse, conservata allora al Comando della Marina Militare de La Maddalena.
Bisogna arrivare al 1939 per giungere al più famoso ritrovamento archeologico di età romana: in quell'anno il palombaro Lazzarino Mazza, probabilmente su segnalazione dei pescatori, si immerse in uno specchio di mare chiamato Secca Corsara a meno di 4 miglia da La Maddalena, fra l'isola di Spargi e la costa sarda. Sul fondo, a 18 metri di profondità, giaceva il relitto di una nave carica di anfore; l'uomo ne portò alla luce una decina, che ben presto si dispersero fra vari estimatori.
Allora non si parlava ancora di archeologia subacquea e delle tecniche di scavo relative; subito dopo il ritrovamento scoppio la seconda Guerra Mondiale, le acque dell'Arcipelago videro ben altre spedizioni, rtelitti moderni andarono a raggiungere sui fondali quelli antichi e sulla nave di Spargi scese l'oblio.
Passarono quasi vent'anni. Nel 1957 il giornalista Gianni Roghi, appassionato subacqueo, tornò a Secca Corsara sulla scia delle voci del mare, e riscopri la cava sommersa di anfore romane.
Ma Roghi non era un avventuriero; andava in quei tempi affermandosi la ricerca scientifica dei reperti che il mare celava: si trattava ancora di pochi ma valorosi cercatori, nei quali l'amore per il mistero subacqueo non cedeva nulla alla sconsiderata caccia al tesoro né alla pesca di rapina. Un relitto in fondo al mare era da studiare con metodo e con estrema cura quanto, se non più, di un rinvenimento in terra.
Roghi si intese con Nino Lamboglia, direttore del Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina, nato sotto l'egida dell'Istituto di Studi Liguri, per effettuare una prima campagna di ricerca nell'anno seguente. Lavorarono intensamente per prepararla. Trovarono i necessari finanziatori nell'editore Rizzoli e nella Regione Autonoma della Sardegna. Misero a punto attrezzature metodi.
Nell'aprile del 1958 la motonave Medusa con equipaggio e 15 sommozzatori raggiunse il luogo ove si giaceva i relitto e iniziò l'impresa che sarebbe durata tre settimane.
Fu impiegata una tecnica assolutamente innovativa per quei tempi, suddividendo il tratto di fondo su cui giaceva il relitto in un reticolo di riquadri di bacchette metalliche che consentiva di fare prospezioni esatte dei reperti contenuti in ciascun quadrato; furono fatti rilievi fotografici di ogni riquadro, fu disegnata una mappa del fondo e infine fu recuperato il primo strato di trecento anfore, centinaia di patere, vasi e altra ceramica. L'équipe riuscì anche a trovare parti della chiglia e del fasciame e a localizzare la prua della nave, stabilendone quindi l'esatto orientamento.
Tra il tecnico Roghi e lo scienziato Lamboglia v'era comunque una discussione di fondo: mentre il primo riteneva che si dovesse recuperare al più presto l'intero carico della nave, l'altro, che dell'impresa era il direttore scientifico, esigeva che l lavoro fosse rigorosamente sistematico, ripetendo la faticosa riquadratura ad ogni strato di anfore. L'ebbe vinta Lamboglia e si decise di riprendere il lavoro l'anno successivo.
La seconda campagna fu però molto breve: dal 19 al 29 agosto 1959. Si era armata una nuova nave, attrezzata specificatamente per le ricerche di archeologia sottomarina, il Daino, che in seguito sarebbe stata protagonista di importanti rinvenimenti nei mari d'Italia, fra cui i primi scavi di Baia. Questa volta, , oltre alla Regione Autonoma della Sardegna, intervenne, anche finanziariamente, la Soprintendenza alle Antichità di Sassari.
Immergendosi, i sommozzatori si accorsero che l'aspetto del relitto di Spargi era profondamente mutato rispetto all'anno precedente: pescatori di frodo con il tritolo, correnti marine e movimento della sabbia, avevano agito sulla posizione dei reperti; i paletti di riferimento erano stati divelti o dispersi. Si procedette ad una ulteriore rivelazione mediante riquadri di nuova ideazione e si fecero importanti scoperte sulla struttura lignea e metallica della nave. Fu anche rinvenuto un cranio umano, unico testimone che si conosca di un naufragio di duemila anni fa.
Il tempo non permise di portar oltre il lavoro: si lasciò il relitto in condizioni tali da poterlo riprendere in una successiva campagna. M;a l'anno dopo e nel 1961 non fu possibile tornare a Spargi.
Nel giro di un paio d'anni, uno sciame di clandestini, attratti dalla fama della scoperta e dalla poca profondità del relitto, si precipitò su di esso e, come avvoltoi su una carogna, lo depredò completamente. Nel 1963 la corvetta Daino tornò sul luogo e, ad una rapida immersione, i sommozzatori trovarono tabula rasa e soltanto pochi frammenti di anfore distrutte.
Nel 1966 il n°11 della rivista "Mondo Sommerso" uscì con un articolo esplosivo di Gianni Roghi nel quale il giornalista pubblicava le fotografie di numerosi reperti trafugati dal relitto di Spargi, inviategli per posta con lettera anonima dai clandestini: si trattava di coppe, patere, colonne e tripodi di bronzo, pietre dure, una statuetta in bronzo, ceramiche. Il giornalista scrive tra l'altro tutto il suo sconforto: "Chi scrive, dopo aver visto coi propri occhi lo scandalo della vendita delle anfore a La Maddalena, inviò una lettera al soprintendente alle Antichità di Sassari. Non gli fu nemmeno risposto". E si domanda anche che fine abbia fatto tutto il materiale recuperato dalla sua spedizione e consegnato alle autorità di La Maddalena con la promessa di queste ultime di costruire un antiquarium per custodirle.
In effetti il secondo naufragio della nave romana di Spargi continuò per anni. Ancora nel 1974 la "Nuova Sardegna", in un intervista a Lamboglia a firma di Gian Carlo Tusceri, riferiva: "Non esiste più alcuna possibilità di recuperare la nave di Spargi. ... la sua struttura, il suo prezioso carico sono sostanzialmente perduti. Si tratta di una perdita incalcolabile: tanto più amara quanto più la nave oneraria romana si trovava nelle condizioni ideali per essere protetta". Frattanto, invece del piccolo antiquarium di cui scriveva Roghi otto anni prima, ora a La Maddalena si favoleggiava di un Museo Navale per custodire il prezioso tesoro scampato ai clandestini: ma esso continuava a giacere nel capannone militare abbandonato e aveva subito vari furti. La Soprintendenza alle Antichità di Sassari prese allora la grande decisione di murare il capannone; così, mentre i reperti "legali" del relitto di Spargi dovevano essere tutelati chiudendoli dentro una tomba-bunker e sottraendoli per decenni agli esami degli studiosi, quelli "clandestini" davano vita a un florido quanto miserabile commercio per iniziativa di italiani, francesi, tedeschi, austriaci e svedesi. Alcuni pezzi furono recuperati, dopo la clamorosa denuncia di Gianni Roghi, in un ricco appartamento di Milano; degli altri più nulla.
Purtroppo, prima Gianni Roghi, poi Nino Lamboglia sono morti ancora Giovani; perciò la nave di Spargi ha perduto i suoi scopritori e i suoi storici più intelligenti e disinteressati. Tuttavia da quanto essi hanno fatto e scritto è possibile tracciare alcune linee che, come un incerto graffito sulla dura pietra della cultura, salveranno una traccia storica della navigazione romana del II e I secolo a.C. nell'Arcipelago de La Maddalena. Queste esili tracce le dobbiamo ai due valorosi ricercatori, ad onta dell'irresponsabilità sociale e culturale di ricchi acquirenti clandestini che stanno in agguato ogni estate a bordo dei loro Yacht, per sottrarre i reperti innumerevoli che costellano, oltre al relitto di Spargi, quel gran cimitero di navi che è la zona di mare tra Sardegna e Corsica.
Dunque, nel decennio compreso fra il 120 e il 110 a.C., un giorno una robusta nave oneraria (=da carico) romana proveniente dal Basso Tirreno imboccò il difficile dedalo di mare e isole che i marinai chiamano appunto cuniculariae. Si lasciò sulla sinistra l'Isola delle Bisce con i suoi pericolosi scogli e imboccò il passaggio tra la costa sarda e, sulla dritta, Phintonis (Caprera) che aveva davanti un'altra isoletta, quella che oggi pur essendo diventata una penisola, si chiama ancora Isola Rossa. Poco oltre, passò tra S. Stefano e Ilva (Maddalena), che forse a quei tempi si chiamava Fossae.
Quel tratto di rotta non era certo facile sia per l'insidia dei fondali irti di secche e scogli, sia per i venti violenti e bizzarri che da settentrione a ponente si incanalavano come cavalli selvaggi lungo il fretum Pallicum (Bocche di Bonifacio), capaci di scatenare in men che non si dica Nettuno e tutti i suoi tritoni, sia infine per i rischi di una certa pirateria che andava facendosi sempre più insidiosa e che proprio tra i cunicula di tante isole trovava i suoi migliori luoghi di agguato.
Per ovviare a quest'ultima insidia, anche i marinai di questa nave, come tutti ormai, avevano preso la buona abitudine di ripararsi il capo con un elmo di bronzo e forse il petto con leggere corazze.
Quanto al mare, essi erano abbastanza sicuri,; la nave era ben fatta: 150 tonnellate di stazza, lunga 35 metri e larga 8: aveva robuste costole di rovere di cm 10 x 10, ben fissate a un fasciame dello spessore di 36 cm fatto con tavole in legno di pino, connesse longitudinalmente da solidi tasselli con chiodi di rame rivestiti di piombo per preservarli dall'elettrolisi. Sopra il fasciame, per proteggere il legno dalla salsedine, i fianchi erano coperti da una lamina di piombo tenuta con chiodi di rame infissi con estrema cura a 4,5 cm uno dall'altro, in file alterne. La poppa poi era stata rivestita con una lastra di bronzo spessa 3 mm.
Anche il carico era stivato razionalmente. Nel centro a poppa gravava il gran peso delle anfore in 3 o 5 piani, ognuna infissa con il peduncolo, o puntale, negli incavi formati dai colli d'anfora del piano inferiore. Ve n'erano di panciute con collo breve e tozzo e manici piccoli, e di snelle dal lungo collo e dalle belle anse, di tipo italico. Erano state costruite da chi si intendeva bene dello stivaggio per la navigazione, con tanto di marchio di fabbrica "SAB". In tutto potevano essere 2000 anfore, così compatte ed elastiche nel loro insieme, da sopportare ogni rollio e beccheggio del natante.
A prua era sistemata la ceramica, patere, vasi e coppe, di quella che a quei tempi andava più di moda - definita oggi "ceramica campana B" - prodotta in grande serie nella ricchissima provincia italica; v'era anche qualche pezzo di "campana A", più vecchia, e molti unguentari in pasta vitrea multicolore, anch'essi piuttosto superati, ma ancora richiesti sui mercati verso cui la nave era diretta. Proveniente dall'Italia meridionale (forse da Pozzuoli), la meta era probabilmente Turris Libisonis (Porto Torres) oppure Marsiglia e la Spagna.
Nel castello di poppa, era sistemato il luogo di culto ove il comandante compiva i riti alla dea Tutela, alla quale si confidava la protezione della nave e dei naviganti: v'era un'edicola di marmo composta di un piccolo altare alto 60 cm sormontato da due colonne laterali scanalate dal simulacro in bronzo della divinità.
Forse quel giorno, prima di intraprendere la traversata dell'Arcipelago, il comandante avrà pregato la dea che tante volte in passato aveva tratto la nave da fiere burrasche. Fin quì la navigazione era stata buona, ma da quando si avvistarono da lontano gli Areti promontoria (Capo d'Orso), il colore del cielo e del mare indicarono agli uomini che il vento la faceva da padrona nel fretum. Il mare nelle Fossae (Canale de La Maddalena) non era poi così agitato; d'altra parte al comandante non garbava l'idea di rifugiarsi in una delle isole con un carico così pesante, l'incertezza dei fondali e il rischio dei pirati. Meglio parve tentare di raggiungere la costa sarda dove sapeva esservi almeno due basi militari romane. Per il momento decise di tenersi a ridosso della Ninphaea (Spargi). Ma no avevano percorso un miglio, che il vento rinforzò e la nave entrò in un gioco di correnti che l'attirava sempre più verso la punta meridionale dell'isola e nessuna manovra riuscì a liberarla dalla morsa. Onde tumultuose spazzarono la coperta e il peso della stessa imbarcazione la faceva scarrocciare sbandando da una parte all'altra, mentre l'acqua penetrava ovunque e allagava progressivamente la stiva.
Le scogliere di Ninphaea erano ormai a meno di un chilometro di distanza, quando il mare ebbe ragione della bella nave. Affondò di piatto, appena poco inclinata verso prua; inabissandosi, urtò con la poppa contro un roccione che si levava per 7 metri dal fondo: la lastra bronzea che la proteggeva si accartocciò come un foglio; quindi lo scafo si posò sulla sabbia nei calmi fondali della Secca Corsara. Sopra, il mare mugghiava travolgendo i naufraghi.

Tratto da Wikipedia e dal libro: La Maddalena e le Isole Intermedie di Gin Racheli




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Il lentisco (Pistacia lentiscus)
e qualcosa sul relativo olio
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Il Lentisco (Pistacia lentiscus, L. 1753) è un arbusto sempreverde della famiglia delle Anacardiaceae.

Caratteri botanici

La pianta ha un portamento cespuglioso, raramente arboreo, in genere fino a 3-4 metri d'altezza. La chioma è generalmente densa per la fitta ramificazione, glaucescente, di forma globosa. L'intera pianta emana un forte odore resinoso. La corteccia è grigio cinerina, il legno di colore roseo.
Le foglie sono alterne, paripennate, composte da 6-10 foglioline ovato-ellittiche a margine intero e apice ottuso. Il picciolo è appiattito e alato. L'intera foglia è glabra.
Il lentisco è una specie dioica, con fiori femminili e maschili separati su piante differenti. In entrambi i sessi i fiori sono piccoli, rossastri, raccolti in infiorescenze a pannocchia di forma cilindrica, portati all'ascella delle foglie dei rametti dell'anno precedente.
Il frutto è una piccola drupa sferica o ovoidale, di 4-5 mm di diametro, di colore rosso, tendente al nero nel corso della maturazione.
La fioritura ha luogo in primavera, da aprile a maggio. I frutti rossi sono ben visibili in piena estate e in autunno e maturano in inverno.



Fitogeografia

Il lentisco è una specie diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo prevalentemente nelle regioni costiere, in pianura e in bassa collina. In genere non si spinge oltre i 400-600 metri. La zona fitoclimatica di vegetazione è il Lauretum. In Italia è diffuso in Liguria, nella penisola e nelle isole. Sul versante adriatico occidentale non si spinge oltre Ancona. In quello orientale risale molto più a Nord, arrivando a tutta la costa dell'Istria.
È una pianta eliofila, termofila e xerofila, resiste bene a condizioni prolungate di aridità, mentre teme le gelate. Non ha particolari esigenze pedologiche.
È uno degli arbusti più diffusi e rappresentativi dell'Oleo-ceratonion, spesso in associazione con l'olivastro e il mirto. Più sporadica è la sua presenza nella Macchia mediterranea e nella gariga. Grazie alla sua frugalità e ad una discreta resistenza agli incendi è piuttosto frequente anche nei pascoli cespugliati e nelle aree più degradate residue della macchia.
Al lentisco vengono riconosciute proprietà pedogenetiche ed è considerata una specie miglioratrice nel terreno. Il terriccio presente sotto i cespugli di questa specie è considerato un buon substrato per il giardinaggio. Per questi motivi la specie è importante, dal punto ecologico, per il recupero e l'evoluzione di aree degradate.



Utilizzo

Pur avendo perso gran parte della sua antica importanza, il lentisco è una specie che ha ancora una larga utilizzazione per molteplici scopi.



Olio di lentisco

In Sardegna l'olio di lentisco (oll'e stincu) è stato fino al XX secolo il grasso alimentare vegetale più consumato dopo l'olio d'oliva e dell'olio di olivastro.[2][3] L'olio d'oliva di una certa qualità era infatti destinato alle mense dei ricchi e per le occasioni particolari, mentre gran parte dell'olio prodotto, essendo di scarsa qualità, era utilizzato prevalentemente per alimentare le lampade. L'olio di lentisco era forse apprezzato per le sue spiccate proprietà aromatiche,[3] di gran lunga superiori a quelle dell'olio lampante, ma in ogni modo si trattava di un alimento destinato alle mense dei poveri, a cui si faceva largo ricorso in periodi di carestia e in occasioni di scarso raccolto dagli olivi e dagli olivastri.
La tradizione dell'olio di lentisco come grasso alimentare si è persa nella metà del XX secolo, allorché nel Secondo Dopoguerra si è avuta una maggiore diffusione prima dell'olio d'oliva, poi degli oli di semi. In seguito, l'olio di lentisco ha avuto rare utilizzazioni sporadiche come prodotto di nicchia o per scopi folcloristici. L'uso dei frantoi oleari per estrarre l'olio di lentisco è sconsigliabile, in quanto le proprietà organolettiche dell'olio d'oliva estratto in lavorazioni successive sono inquinate da quelle aromatiche del lentisco.

Legno

Il legname del lentisco è apprezzato per lavori di intarsio grazie al colore rosso venato. In passato veniva usato per produrre carbone vegetale e ancora oggi è apprezzato per alimentare i forni a legna delle pizzerie, in quanto la sua combustione permette di raggiungere alte temperature in tempi rapidi.

Foglie

Le foglie, ricche di tannini, venivano usate per la concia delle pelli.[senza fonte] I rami sono usati come verde ornamentale. Tale uso massiccio attraverso tagli indiscriminati senza alcun controllo da parte degli organi preposti sta causando seri danni ai boschi dell'Albania della Tunisia e del sud Italia. Per ovviare a tale distruzione dell'habitat si è cominciato timidamente a coltivarlo (primi impianti nella zona di Latina).

Resina

La resina del lentisco è detta mastice di Chio o semplicemente in diverse lingue è indicata con il termine di mastice. Di colore giallo, veniva usata in passato come chewing gum anche per la sua azione benefica sul cavo orale (rassodante delle gengive e purificante dell'alito). È inoltre considerato antidiarroico. Ancora oggi, come per il passato con la resina, sciolta nella trementina purissima, si prepara una vernice per impieghi artistici (pittura a olio e/o a tempera) sia per "mesticare" colori sia per restauri neutri su dipinti antichi. Le sue caratteristiche ne consentono infatti l'asportazione senza danno alcuno.
In Chio, che è il luogo di produzione della resina di maggior pregio, è prodotto un liquore aromatico derivato dalla resina, con funzioni digestive, molto apprezzato, il Mastika.
Gli impieghi attuali della resina vanno dalla profumeria all'odontotecnica (come componente di paste per le otturazioni e mastici per le dentiere). È anche impiegato come componente nella produzione della gomma da masticare.
La resina si può estrarre praticando incisioni sul fusto e sui rami in piena estate e raccogliendola dopo che si è rappresa all'aria. Si sottopone a lavaggio per eliminare le impurità e si conserva dopo essiccazione in contenitori di legno.

Frutti

In passato i frutti venivano sottoposti a bollitura e a spremitura per estrarre un olio impiegato come combustibile per l'illuminazione e come succedaneo dell'olio d'oliva per l'alimentazione. Tuttora in Sardegna è utilizzato, anche se raramente, popolarmente e nella ristorazione.

Giardinaggio

L' Arbusto del lentisco si presta per essere impiegato come componente di giardini mediterranei e giardini rocciosi. Poiché resiste bene alle potature drastiche è adatto anche per la costituzione di siepi geometriche, dal momento che la ramificazione fitta, la vegetazione densa e le ridotte dimensioni delle foglioline si prestano a questo scopo.

Da Wikipedia.

STUDI PRELIMINARI SULLA CATENA PRODUTTIVA DELL’OLIO DI LENTISCHIO FRA TESTIMONIANZE ETNOGRAFICHE E SPERIMENTAZIONE

di Cinzia Loi

Il lentischio, Pistacia lentiscus, è un arbusto sempreverde dall’intenso profumo resinoso e aromatico, tipico della macchia mediterranea, molto diffuso in Sardegna dalla pianura alle zone montuose (kessa, moddizzi).
Le foglie, ricche di tannino, venivano impiegate per la concia delle pelli, mentre il legno, ottimo da ardere, veniva usato per produrre carbone vegetale.
Dai frutti si ricavava un olio, utilizzato un tempo principalmente per l’illuminazione, per la cura delle ferite del bestiame e, nelle tavole dei poveri, per uso alimentare.
Attraverso varie campagne di indagine etnografica nell’area del Barigadu (Sardegna centrale), in cui l’uso dell’olio di lentischio (s’otzu’e lustínku) è documentato fino agli anni 40 del Novecento, sono emerse diverse testimonianze sui metodi di produzione dello stesso, oggetto di studio nel presente lavoro.
La raccolta delle drupe (su lustínku), attività riservata qui alle donne, aveva luogo da Novembre fino a Gennaio inoltrato, quando da rosse divengono nere. Un’ottima zona di raccolta pare fosse quella prossima alle attuali rive del Lago Omodeo. Il materiale necessario alla raccolta era costituito essenzialmente da un crivello (su kiliru de kirrintzonare), tenuto poco sotto il petto mediante una funicella fatta passare attorno al collo, e da un sacco di lino grezzo. La raccolta avveniva sfregando energicamente, con ambo le mani, ramo contro ramo (frigare).

Una volta terminata la raccolta, e dopo un breve periodo di riposo, si procedeva alla lavorazione. Le drupe, immerse – all’interno di un grosso recipiente – in abbondante acqua fredda portata poi ad ebollizione, venivano ripescate a cottura ultimata, ovvero man mano che salivano a galla, e trasferite all’interno di un sacco di forma allungata. Mediante pigiatura diretta, a piedi nudi, si procedeva alla spremitura.
Questa operazione, che poteva avvenire al di sopra di un semplice masso di pietra – certamente il metodo più antico – o di un tronco cavo, era agevolata dall’utilizzo costante di acqua calda, versata all’interno del sacco. Il liquido così estratto veniva portato e tenuto in ebollizione per circa tre ore, avendo cura di eliminare la schiuma che si formava in superficie (argentare). Dopo un eguale lasso di tempo, si procedeva alla separazione dell’olio dal liquido acquoso. Tale liquido veniva riposto sul fuoco al fine di procedere ad una seconda e, talvolta ad una terza, estrazione.



Di ciascun metodo produttivo ne è stato sperimentato il processo operativo (resa 3 l circa per 18 kg di prodotto).
Che l’olio di lentischio fosse usato in Sardegna per l’illuminazione almeno dall’epoca nuragica, lo testimonierebbe, secondo il Lilliu, una vasca di marna calcarea atta alla macerazione dei frutti del lentischio, rinvenuta in un vano della reggia nuragica di Barumini. A ciò si aggiungano gli innumerevoli esempi di lucerne di varia tipologia della stessa epoca emerse dagli scavi archeologici. Nel Barigadu, il rinvenimento di fondi di pressa (areae) e contrappesi (stelae) in svariati siti di epoca romana e altomedievale, sembrerebbe riportabile alla produzione di oleum lentiscinum. Palladio, nella sua opera sull’Agricoltura Opus Agriculturae, ne consigliava la produzione ai suoi lettori. A vasche per la lavorazione dell’olio di lentischio farebbero pensare le espressioni tipo petra de laccu (292) presenti nel condaghe di San Pietro di Silki.

Da Cinzia Loi su archeoloGGia nuraggica



Il Terebinto
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Pistacia terebinthus L.
Sp. Pl.: 1025 (1753)

Anacardiaceae

Terebinto, Spaccasasso, Scornabecco, Cornucopia.
Térébinthe, Terebinth, Arbol trementino, Terpentin-Pistazie.



Descrizione

Cespuglio o piccolo albero alto 1-5 m con odore resinoso.
Fusto con corteccia bruno rossastra, glabra nei rami giovani e con lenticelle lineari longitudinali di 1 mm
Le foglie sono decidue, alterne, con picciolo rossastro, un poco allargato alla base, ma non alato, sono imparipennate, con generalmente 9 foglioline alterne, intere, ovate oblunghe o oblunghe lanceolate, arrotondate o acute e mucronulate all'apice, coriacee, glabre, verdi lucenti e scure di sopra, più pallide e grigiastre nella pagina inferiore, pelose da giovani poi glabre.
Infiorescenza lassa all'apice dei rami, a forma di pannocchia piramidale, ramosa, con fiori dioici, rachide assottigliata verso l'alto, verde o rossiccia con pedicelli più corti del fiore. Brattee caduche, grandi, lanceolate od ellittiche, cigliate e pubescenti, bratteole lineari, biancastre o soffuse di rossastro.
I fiori sono privi della corolla, i maschili hanno il calice diviso in 5 lacinie più o meno uguali, lanceolate, acute, 5 stami pupurei opposti ai sepali più lunghi del calice, filamenti cortissimi e antere grosse verdi e rosse; quelli femminili formati da 3 carpelli saldati, supero rosso con 3 stili saldati soltanto in basso e tre stimmi porpora.
I frutti a grappolo con peduncoli di 4-7 mm, sono piccole drupe subglobose, apiculate, dapprima verdastre poi rosso-brunastre a maturazione.



Tipo corologico (la corologia, o fitogeografia corologica, è la disciplina che studia la distribuzione geografica delle piante

Entità con areale centrato sulle coste mediterranee, ma con prolungamenti verso nord e verso est (area della Vite).
Presente in italia in quasi tutte le regioni, più raro nell'Italia Settentrionale e mancante sulle montagne elevate e nelle pianure alluvionali.



Habitat

Boschi termofili, pendii e fessure di rupi calcaree e aride.



Etimologia

Il genere prende il nome dal latino pistacia col quale venivano chiamate queste piante, e dal greco pistakê che indicava i frutti di questa pianta, entrambi i nomi sembrano a loro volta derivare dal persiano.
Il nome specifico dal greco terebenthus che era quello della sua resina.
Il nome volgare di Spaccasasso e dovuto al suo apparato radicale sviluppato e profondo che ben si adatta a terreni rocciosi, quello di Scornabecco o Cornucopia per le galle a forma di corna di capra che si sviluppano sulle sue foglie nel periodo vegetativo o per la durezza del suo legno superiore al corno del becco.

Proprietà ed utilizzi

Pianta rustica e assai resistente alla siccità, dotata di un apparato radicale sviluppato e profondo che resiste anche molto bene al gelo, grazie a queste sue carateristiche è utilizzata come porta-innesti per il pistacchio (Pistacia vera L.) che, è coltivato per il seme.
Il suo legno, particolarmente duro viene utilizzato per ricavarne oggetti col tornio.
Dalla corteccia si estrae una resina, la trementina di chio, dotata di proprietà astringenti, digestive, emostatiche ed espettoranti.
In Oriente viene usata come masticatorio per profumare l'alito e rinforzare le gengive, e per lo stesso scopo in Spanga veniva prodotto dalle galle un vino astringente.
Dai suoi semi si ricava un olio alimentare.
Le galle e le foglie venivano utilizzate per curare la diarrea, per le proprietà astringenti del loro contenuto di tannini.
Ai suoi frutti si attribuiscono proprietà afrodisiache e diuretiche, a Cipro vengono usati per preparare dei particolari tipi di pane, e a Creta si utilizzano per prepare un particolare liquore chiamato tsikoudia che è lo stesso nome col quale chiamano la pianta; in Turchia i suoi frutti tostati vengono usati per preparare una bevanda simile al caffè conosciuta come menengiç kahves, e i suoi oli essenziali sono impiegati nella fabbrica di saponi (Soap Bittim) per la bellezza della pelle e dei capelli.
Recentemente dal dipartimento di farmacologia della "Universitat de València, Burjassot, Valencia, Spain", alcuni ricercatori hanno estratto dalle galle del terebinto tre differenti triperteni attivi contro infiammazioni acute e persistenti.ATTENZIONE uso indicativo pertanto ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.

Da ACTA PLANTARUM



Su Pan’ispeli, l’antico pane di ghiande
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Su Pan’ispeli viene nominato da Plinio il Vecchio nel I secolo D.C, descrivendolo come un pane di ghiande impastato con argilla del quale si nutrivano i Sardi.
Il pane di ghiande era utilizzato per buona parte dell’anno e veniva preparato scegliendo la quantità necessaria di ghiande ben mature, le quali venivano sbucciate e si ponevano a cuocere in una specie di lisciva, ottenuta filtrando l’acqua di cottura attraverso uno strato di argilla speciale, ricca di ferro, e di cenere di alcune erbe aromatiche. La cenere serviva a togliere l’aspro e l’amaro del tannino delle ghiande, e l’argilla dava il glutine necessario a legare l’impasto.
Entrambe questi ingredienti contribuivano a render più gustoso e digeribile il pan’ispeli.
Quando le ghiande, per effetto della cottura, raggiungevano la consistenza della polenta, assumendo quasi il colore del cioccolato, si stendevano su tavole a rassodare, per poi venir tagliate a fette o a pani. Seccato al sole o al forno, il pan’ispeli veniva quindi consumato come un pane qualsiasi, col solito companatico nostrano, formaggio, lardo ecc.



Paolo Mantegazza scrisse: “Il pane di ghiande deve rimandarsi ad usi e popoli antichissimi, forse ai primi abitatori della Sardegna“.
Vittorio Angius affermò che “Le donne di Baunei ne portano in altri paesi e lo vendono più caro che se fosse di farina scelta. Se ne manda in dono e si pregia come una cosa singolare…”.
Osvaldo Baldacci scrisse: “Fin dal 1938, durante imiei viaggi nell’Ogliastra potei constatare che il pane di ghiande non rientra più nel regime alimentare quotidiano, ma che persiste tuttora come singolarità tradizionale nella mensa di persone povere e facoltose durante le festività paesane“.

Questo pane, “Manna amara” ma capace di nutrire, viene descritto, anche se a volte in modo contradditorio, dai non pochi studiosi che ne hanno dissertato. Nel XVIII e nel XIX secolo gli scrittori, dal Cetti in poi (1774), descrivevano il pane di ghiande come qualcosa di detestabile e incredibile; altri, come Angelino Usai, lo consideravano “più adatto ad avvelenare un uomo che a nutrirlo”. Particolarmente interessante lo studio effettuato dall’Usai e riportato nel suo libro "Baunei" (Editore Fossataro, 1968), dove afferma che l’usanza del pane di ghiande, che oggi sopravvive solo in Ogliastra, era ‘antica tradizione’ di tutta la Barbagia e di altre zone della Sardegna, dove era chiamato con nomi differenti: oltre a panispeli, lande cottu (Baunei e Triei), lande kin abba e ludu orrubiu (Talana e Urzulei).

Anche il Lamarmora parla di questo prodotto ed afferma non solo di aver assistito alla sua preparazione ma anche di averlo mangiato, ‘senza alcun rimpianto’, però. Altri, come Paolo Mantegazza, hanno scritto che: "Il pane di ghiande deve rimandarsi ad usi e popoli antichissimi, forse ai primi abitatori della Sardegna".

Vittorio Angius nei suoi scritti affermò che "Le donne di Baunei ne portano in altri paesi e lo vendono più caro che se fosse di farina scelta. Se ne manda in dono e si pregia come una cosa singolare...". Osvaldo Baldacci, invece, scrisse: "Fin dal 1938, durante i miei viaggi nell'Ogliastra potei constatare che il pane di ghiande non rientra più nel regime alimentare quotidiano, ma che persiste tuttora come singolarità tradizionale nella mensa di persone povere e facoltose durante le festività paesane". Lello Fadda, infine, ha riportato, nel suo bellissimo articolo "Geofagia in Sardegna", la descrizione dettagliata di un vero e proprio cerimoniale a sfondo religioso effettuato nel Marzo del 1957 a Baunei.



Vanda Serra. Il giglio sardo vittima del prete bandito
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Il villaggio di Aidomaggiore, antica curatoria del Guilcer, era centro nevralgico e luogo di scambio tra la Sardegna occidentale e l'entroterra. Il nome "Idu Majore" significa infatti ingresso principale ed è da quest'apertura che il male fece la sua trionfale entrata nella comunità. Quel tragico 7 gennaio 1925 segnò per sempre la vita dei suoi abitanti e della piccola Vanda Serra.

Primogenita dell'uomo più potente della valle, Vanda nasce il 13 febbraio 1913. È l'erede del noto possidente dell'oristanese Giuanne Serra e le verrà dato il nome di Vanda Maria Bonacata.
I genitori di Vanda si sposano dopo un fidanzamento fulmineo, ordito dal parroco del paese e commissionato dalle laute disponibilità di Giuanne. Su meri, come veniva chiamato da tutto il paese, è uomo buono, onesto e probo ma assai attempato con i suoi sessant'anni d'età quando posa lo sguardo sulla nuova maistra 'e schola, la cagliaritana Amalia, appena ventenne. Giuanne, che diverrà podestà della comunità durante il ventennio fascista, trattò quel fidanzamento come qualsiasi altro affare agrario, mise a disposizione dell'avida forestiera ogni suo avere: vigneti, opifici, case e capi di bestiame di cui egli stesso aveva perso il conto. La giovane Amalia ritenne il capitale adatto a barattare gioventù e bellezza.

La piccola Vanda, della cui bellezza conta meraviglie tutto il paese, nasce a nove mesi scarsi dal matrimonio e sembra unire prodigiosamente i due sposi che in troppi addittavano come coppia ad orologeria, per la troppa differenza d'età. A dispetto di tutto Vanda cresce tra il calore dei genitori e le attenzioni della servetta Borica, che bada solo a lei.

Le aziende di Giuanne prosperano. Il tempo avanza e questo babbo-nonno vive l'apprensione di assicurare un futuro sereno per la sua bambina che è la sua unica, vera ragione di vita.
Meri Serra compie però un passo falso con la giovane moglie. Benchè astuto e avveduto negli affari, favorisce ad Amalia su un piatto d'argento l'occasione di un tradimento. Come contabile del suo nuovo ed efficientissimo caseifico assume il quasi avvocato Peppe Camboni, giovane bello e ambizioso.
Il tradimento è plateale ed umiliante. Giuanne, uomo ferito nell'onore, allontana la moglie dalla casa padronale. Vanda però resta con lui. Su questo non transige ed è pronto a cedere alla moglie tutti i suoi averi qualora fosse intervenuta la legge, ma la bambina è la sua vita.

Vanda ama riamata quel padre a cui è devota sopra ogni altra cosa. Impara presto a leggere e a scrivere per aiutare il più possibile il vecchio negli affari di campagna e di paese. Sarà proprio lei, sbalorditivamente, a gestire i conti del caseificio durante gli anni della scuola elementare, ricoprendo quell'impiego che fu dell'amante di sua madre.
Vanda e Giuanne fanno tutto assieme, sono amati in paese perchè l'abbondanza dei loro beni è sempre pronta ad essere elargita a quanti ne abbisognano, soprattutto in questi anni del dopoguerra dove è lusso anche un tozzo di pane. Padre e figlia sono assieme anche nell'aprile del '24 quando il re, Vittorio Emanuele III, inaugura la diga del Tirso, complimentandosi per il lago artificiale più grande d'Europa. Il re passò tra le due ali formate dai podestà di tutti i paesi attorno all'Omodeo. Vedendo Vanda la accarezzò e le baciò le guance, fatto che venne ricordato per lunghissimo tempo in paese.

Un giorno Vanda, come ogni settimana, si reca a scuola di cucito da tzia Cicita Ara. La fanciulla non ha bisogno di imparare l'arte del ricamo, come le altre fanciulle che frequentano la scuola di tzia Cicita, per potersi preparare il corredo. Vanda possiede un'enorme quantità di biancheria ricamata dalle sapienti mani delle suore di tutta la Sardegna e del continente, tanto da far invidia ad una Savoia, ma la ragazzina è uno spirito curioso e ama saper fare tutto.

Quel giorno maledetto, il 7 gennaio 1925, nevica. Borica va a prenderla a scuola di cucito ma Vanda è già rientrata perchè la serva aveva tardato.

Borica si stupisce di non aver incontrato la bambina sulla strada. Si reca a casa fiduciosa di trovare Vanda davanti ad una tazza di latte caldo. Lussurtza, la serva più anziana, intuisce qualcosa di insolito nel ritardo della bambina, in dodici anni Vanda è stata un esempio di obbedienza e non le sarebbe mai venuto in mente di dare pensiero in casa. Le due serve decidono di chiamare il padre dalla vicina campagna.

Iniziano le ricerche capillari in tutto il borgo e nelle campagne. In quella notte di tregenda tutto il paese, piccoli e grandi, uomini e donne partecipano alle ricerche. Le vicine di casa cercano di ricostruire assieme ai carabinieri i consueti movimenti di Vanda. Peppa Rosa Ziulu piange disperata e prega contrita assieme alle altre pie donne di chiesa.
È notte fonda. Improvvisamente un sasso spacca il vetro di una delle stanze da letto. Giuanne, in compagnia delle donne e dei carabinieri, si precipita verso la fonte del rumore. La pietra è avvolta in un pezzo di carta che riporta una scritta:
«Ti chiediamo di portare la somma di 85 mila lire nel campo di carciofi. Ti conviene pagare subito, altrimenti avrai tristi conseguenze».

La piaga del banditismo imperversa più che in passato nelle campagne del Guilcer, ma prima d'ora i banditi non hanno mai infranto la prima regola del codice: "Non toccare donne e bambini". Il banditismo cambia la propria pelle su quella della piccola Vanda.

La perlustrazione del paese continua. Tutte le case dell'abitato vengono pequisite, ne mancano solo cinque, non serve controllarle perchè sono quelle delle donne di chiesa quindi la ricerca può già, dolorosamente, dichiararsi conclusa e con un'unica sentenza: Vanda è nelle mani di criminali, sparita in chissà quale grotta di campagna in attesa del pagamento di riscatto.
Il brigadiere del paese, però, è uno di quei pedissequi applicatori del protocollo ed esige che nulla si lasci intentato, chiede dunque che sia riaperta ogni abitazione. Peppa Rosa Ziulu, la vicina, la ritiene una misura superflua ma accetta mostrando solo un imbarazzato pudore per la modestia della propria dimora. Accompagna i carabinieri in un frettoloso tour tra le poche stanze e gli anticipa all'uscita.
Gli uomini in divisa indugiano però davanti al sottoscala. La formalità imposta dalla situazione e la scarsa illuminazione della lanterna li costringono a fare tutto con lentezza, pensa Peppa Rosa.
La verità è differente. Viene rinvenuto il corpicino decapitato della piccola Vanda, avvolto in un lenzuolo e nascosto sapientemente nel sottoscala.



«Abbiamo ucciso Vanda con un istrale (una scure, ndr.). Non voleva morire. Preide Giuanne Ispanu mi aveva promesso che con i soldi di Meri Serra saremmo andati in America. Lì i preti si possono sposare», così depose al processo Peppa Rosa.
In paese sapevano tutti che per il parroco Giovanni Spanu la beghina era qualcosa in più di una servizievole presenza. Peppa Rosa era conosciuta da tutti come una donna ignorante e davanti ai giudici esibisce, come una medaglia al valore, il suo esser stata la prediletta del parroco del paese, lei scelta tra tutte, e decide di ricompensare quell'attenzione collaborando all'uccisione di Vanda, colomba pura e vittima innocente che lottò mentre don Spanu la teneva ferma e lei la decapitava con la scure.

Peppa Rosa, nera come un corvo nella corazza del suo scialle, dichiarò al giudice: "Lo ho fatto per amore".

Vennero condannati entrambi all'ergastolo, il 19 marzo 1926, con una sentenza di cui, come per tutti i momenti della vicenda, il rapimento di Vanda compreso, non c'è alcuna traccia sulla stampa. Giuanne pare vittima di quella politica che ha servito con onestà e che ora ne ha censurato la disperazione con il silenzio più assordante.



Tutti hanno un ruolo e una maschera nella macabra danza dell'ipocrisia di un paese, che forse vedeva e taceva. Chi non portava la maschera non ha trovato posto nella commedia e cade a terra come un giglio reciso tra le fertili valli del Guilcer.

Da LA DONNA SARDA del 10/01/2017



















Cantarelli (Cantharellus cibarius)
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Funghi Finferli, Cantarelli, o Cantharellus cibarius
Il nome latino dei finferli o cantarelli sta ad indicare, molto probabilmente per la sua forma, un “piccolo vaso commestibile“. I finferli, se osservati attentamente, sono funghi difficilmente confondibili con altre specie.
Uno degli aspetti caratteristici dei funghi finferli, conosciuti anche come "gallinacci", è che sotto al cappello non vi sono delle vere e proprie lamelle ma piuttosto delle pieghe molto marcate.
Tutto il fungo ha lo stesso colore giallo acceso distribuito in modo uniforme, il cappello, negli esemplari adulti, si presenta convesso al centro (da qui il nome di “Cantharellus“, vaso).



Le pieghe sotto al cappello dei finferli si prolungano verso il gambo del fungo e la loro carne ha un gusto dolciastro, quasi fruttato, che è caratteristico di questa specie. I cantarelli sono molto apprezzati e conosciuti in tutta Italia. Alcune persone li consumano anche crudi in insalata ma possono anche venire essiccati o conservati sott’olio.
Crescono indifferentemente sia nei boschi di conifere che di latifoglie in grandi gruppi disposti a circolo, con preferenza sotto a castagni e querce. Il periodo in cui lo si può trovare va da inizio estate ad autunno inoltrato. È reperibile in tutte le zone d’Italia a partire da zone situate al livello del mare fino ad un’altitudine di 2.000 metri.
I cantarelli sono funghi ben conosciuti ed a volte, soprattutto durante la prima fase di nascita, non è molto facile trovarli in quanto nascosti sotto le foglie e sovente ben interrati.



Per la raccolta sono da preferire gli esemplari ancora giovani che sono notoriamente più compatti e gustosi. Insieme ai porcini i finferli o cantarelli sono tra i funghi più ricercati e prelibati. Sempre insieme ai porcini sono i funghi che più si prestano ad essere cucinati in moltissime ricette.











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