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La magia dei falò. Dagli antichi riti pagani alla festa cristiana de "Sant'Antoni 'e su fogu", l'eremita che rubò dall'inferno il fuoco a Satana.


Oristano15 Gennaio 2011

Cari amici,
tra domani e dopodomani in tanti Paesi della Sardegna si accenderanno una miriade di “Fuochi Rituali”, in onore di “Sant’Antoni de su Fogu”, ovvero S. Antonio Abate, festeggiato in tante altre parti d’Italia, soprattutto nel meridione. Secondo i dati forniti dalla Regione Autonoma della Sardegna sono poco meno di cento i centri dove tra il 16 e il 17 gennaio, festa del Santo, verranno accesi i caratteristici fuochi rituali per rendere omaggio e festeggiare il Santo taumaturgo.



Considerato che la ricorrenza risulta alle soglie del Carnevale, evento molto caratteristico ed importante per la nostra isola, i fuochi in onore del santo sono da considerarsi un vero e proprio anticipo del carnevale imminente, anzi la vera e propria giornata di inizio. Per creare nuove correnti turistiche quest’evento, uno dei più suggestivi del patrimonio culturale dell’isola, è stato incluso nel progetto “L’isola che danza”, finalizzato proprio a creare flussi turistici “fuori stagione”. Per i riti legati ai fuochi di Sant’Antonio Abate si è scelto il claim “Scintille dal cuore”, Ischintziddas dae su coro, in Lingua Sarda.



Fuochi e falò che non sono uguali, per composizione, forma e dimensione, e che a seconda delle zone della Sardegna vengono chiamati in modo differente: Is fogus, is fogaronis o fogadonis, sos focos, sos o’os, foghilloni, fogoni e s’ogulone. Is frascas e sas frascas, is sèlemas e sas sèlemas, soprattutto in Ogliastra e in Baronia, perché costituiti da cataste di legna e frasche di cespugli della macchia mediterranea. A Dorgali è chiamato su romasinu, perché prevalgono i cespugli e l’odore del rosmarino. A Bitti è chiamato sa ochina, mentre a Torpé su fogulone. Is tuvas e sas tuvas (tronchi di alberi che i fulmini e lo scorrere del tempo hanno reso cavi), a Sedilo, Aidomaggiore, Ghilarza, Abbasanta, Norbello ed altri centri dell’alto oristanese. Nomi e composizioni differenti, però, tutti realizzati con cataste di legna di buona qualità, che brucia a lungo, regalando ai numerosi spettatori uno spettacolo di alta suggestione.
Ma da dove trae origine questa radicata cultura del fuoco, risalente certamente agli albori dell’umanità, e che, nonostante le nuove tecnologie non ha mai abbandonato l’uomo? Cerchiamo insieme di comprenderne il perché.
La crescita culturale dell’uomo, lo sappiamo, è fatta di una sequenza ininterrotta di tappe, dove la cultura e la conoscenza precedente si modificano e si aggiornano in continuazione, amalgamando vecchio e nuovo, senza soluzione di continuità. A somiglianza del mondo vegetale, dove sui vecchi legni coriacei e inspessiti dalla corteccia si formano, sbocciano e crescono le nuove gemme ed i nuovi rami che, rinnovandosi, danno vita a nuovi virgulti ed a nuovi frutti.
Con il passaggio dalla cultura pagana a quella cristiana anche il Cristianesimo nella sua lenta e costante crescita non ha ripudiato la precedente cultura ed i precedenti riti pagani, ma li ha inglobati, metabolizzati. Ha operato amalgamando e trasformando le antiche credenze e tradizioni in rinnovati riti cristiani, evitando pericolosi cambiamenti e sicuri traumi ai popoli convertiti al cristianesimo. Intelligente operazione di ‘transizione’ che, trasportando le precedenti pratiche pagane in un contesto religioso, consentì, stante la forte connotazione contadina dell’epoca, un trapasso indolore dal paganesimo al cristianesimo.
Gli antichi riti pagani delle “feste del fuoco” trassero certamente origine da due elementi essenziali che regolavano lo svolgersi della vita sulla nostra terra: il sole, la cui venerazione per la forza ed il suo calore era assoluta, ed il fuoco, la cui grande forza, capace di riscaldare, illuminare, purificare ,ma anche di distruggere, era seconda solo a quella del sole. Sole e fuoco dunque le grandi forze della natura a cui erano dovute adorazione e rispetto. La loro importanza era tale da alimentare le più strabilianti rappresentazioni. Una relativa al sole era quella di costruire e far ruzzolare una ruota infuocata giù per una collina, riproducendo cosi l’arco ed il movimento del sole; Un’altra, relativa all’ansia creata dal buio, era quella della costruzione ed accensione di grandi torce, capaci di illuminare le tenebre della notte, fugando la paura del buio. Sole e fuoco complementari ed alleati, capaci di riscaldare la terra e di esorcizzare le tenebre, riportando “luce e calore” sulla terra. All’idea del fuoco, surrogato del sole e del suo calore, si aggiungeva quella del fuoco come elemento purificatore: capace di distruggere il morbo dannoso, di liberare spazi all’agricoltura, di ridare vita nuova e fertilità al terreno, per una rinnovata annata agraria.



Dalla cultura pagana alla cultura cristiana il passaggio è stato indolore. La radicata cultura della venerazione del fuoco come “Dio pagano” il cristianesimo l’ha metabolizzata e rinnovata, trasformando le antiche e radicate tradizioni popolari, in omaggio e devozione verso il Santo cristiano, capace di padroneggiare il fuoco, Sant’Antonio Abate appunto, che, nell’interesse dell’umanità, riuscì a procurarsi il sacro fuoco, rubandolo con grande astuzia al diavolo nell’inferno. Nella comune raffigurazione iconografica S. Antonio Abate (per noi sardi Sant’Antoni de su fogu) viene rappresentato con la fiamma viva che arde nel palmo della mano. Santo ancora più importante del Dio pagano, a cui ci si poteva rivolgere non solo per le necessità del fuoco che riscalda e da calore ma anche per mitigare e far guarire “il fuoco della malattia”, invocato da quelli colpiti dal doloroso ’Herpes zoster’. Nella tradizione popolare, infatti, un’altra caratteristica importante attribuita al Santo taumaturgo, fu quella di guaritore degli ammalati di ‘ignis sacre’, detto più comunemente “fuoco di Sant’Antonio”.
Ma chi era questo santo a cui venne tributata tanta devozione e che ha assorbito nella cultura popolare il Dio pagano del fuoco, cui erano tributati solenni sacri riti? Eccone una breve e sintetica storia.
S. Antonio abate fu uno dei più illustri eremiti della storia della Chiesa. Nato a Coma, nel cuore dell'Egitto, intorno al 250, a vent'anni abbandonò ogni cosa per vivere da eremita nel deserto e poi sulle rive del Mar Rosso, dove condusse vita da anacoreta per più di 80 anni: morì, infatti, ultracentenario nel 356. Già in vita accorrevano da lui, attratti dalla fama di santità, pellegrini e bisognosi da tutto l'Oriente. Anche Costantino e i suoi figli ne cercarono il consiglio. La sua vicenda è raccontata da un discepolo, sant'Atanasio, che contribuì a farne conoscere l'esempio in tutta la Chiesa. Per due volte lasciò il suo romitaggio. La prima per confortare i cristiani di Alessandria perseguitati da Massimino. La seconda, su invito di Atanasio, per esortarli alla fedeltà verso il Concilio di Nicea. Nell'iconografia è raffigurato circondato da donne procaci (simbolo delle tentazioni) o animali domestici (come il maiale), di cui è popolare protettore.
Anche in Sardegna, come in altre culture, soprattutto del meridione d’Italia, si ripropongono in chiave fantastica episodi biografici riguardanti il santo. In una di queste leggende, ancora oggi tramandata ad Orgosolo ed Aidomaggiore, si racconta come un monaco eremita, verosimilmente S. Antonio abate fosse riuscito ad ottenere per gli uomini il fuoco, dopo averlo rubato al diavolo. Diavolo scaltro, racconta la leggenda, che lo offriva agli uomini barattandolo in cambio dell’anima. Naturalmente nessuno intendeva accettare tali scambio. Però, una soluzione bisognava trovarla per avere il fuoco, strumento ritenuto di primario interesse. Era necessario trovare uno stratagemma per rapire al diavolo almeno una favilla. Un vecchio allora propose ai suoi compaesani di chiedere consiglio ad un eremita che abitava in una grotta lontano dal paese e che era da tutti considerato un sant’uomo. Racconta la leggenda che fosse ritenuto talmente capace ed astuto che neppure il diavolo sarebbe stato in grado di farlo cadere in tentazione e quindi in peccato. L’eremita acconsentì a recarsi all’inferno per recuperare il fuoco. Operando con grande abilità ed astuzia riuscì ad imbrogliare il diavolo, che gli voleva impedire di avanzare all’interno dell’inferno, e recuperò una favilla di fuoco. Fu per questo motivo, conclude il racconto, che quel santo eremita venne chiamato S. Antonio del fuoco.
Un’altra leggenda su S. Antonio, che potrebbe essere interpretata come una sorta di mito di Prometeo, quello che rubò il fuoco agli dei, cosi racconta. Essendosi un giorno il Santo accorto della grande sofferenza degli uomini che pativano il freddo, che causava inoltre mille altri malanni, animato da un nobile senso di compassione paterna, abbandonò il suo eremitaggio nel deserto per recarsi all’inferno. Preso un bastone di ferula si avviò lentamente verso il grande portone che ne delimitava l’ingresso e bussò alla porta. All’inferno, dove certo il fuoco non mancava, gli si parò davanti l’arguta faccia di un diavoletto che, pensando alle richieste di un dannato, spazientito gli chiude con rabbia la porta in faccia, bestemmiando Dio ed i suoi santi. Il Santo, paziente, non si scompose, ritentò e riprovò tre o quattro volte, finché i demoni guardiani, per toglierselo di mezzo, gli consentirono di entrare per riscaldarsi. Sant’Antonio si avvicinò all’immenso e inestinguibile fuoco e allungò le mani verso le fiamme per riscaldarsi; senza dare nell’occhio immerse nel fuoco la punta del suo bastone di ferula che, avendo un midollo spugnoso, aveva la capacità di custodire viva per parecchio tempo, nascosta dalla cenere, la forza del fuoco. Quando il Santo si accorse che il suo stratagemma era riuscito, con maniere garbate si congedò dai suoi ospiti, portando cosi in salvo il sacro fuoco e donandolo, trionfante, agli increduli uomini.
Questa antica festa del fuoco e del suo Santo protettore, che continua ad essere oggetto di grande venerazione, verrà anche quest’anno “calorosamente” festeggiata in tanti centri dell’Isola. Sono tanti i comuni sardi dove anche quest'anno si ripeterà l'antica tradizione dell'accensione del fuoco in onore di Sant'Antonio. Ricordiamo i più importanti. Partendo dalle porte di Cagliari (Ballao) e Sassari ( Florinas), troveremo la massima concentrazione tra le province di Oristano (Abbasanta, Aidomaggiore, Ardauli, Assolo, Arborea, Bosa, Boroneddu, Busachi, Fordongianus, Ghilarza, Laconi, Montresta, Morgongiori, Norbello, Nughedu S. Vittoria, Ollastra, Paulilatino, Samugheo, Scano Montiferro, Sedilo, Tresnuraghes, Ula Tirso), Nuoro (Aritzo, Dorgali, Lodé, Macomer, Nuoro, Oliena, Orosei, Ottana, Silanus, Torpé) e Ogliastra (Gairo).



L’antico rito del fuoco richiede una lunga preparazione, certamente non uniforme nella forma, nei vari centri citati, ma identico nella sostanza. Le persone di ogni centro, soprattutto i giovani, provvedono nei giorni precedenti il rito alla raccolta della legna necessaria. Al centro viene posto un grosso tronco cavo di quercia o di olivo, “ Sa Tuva”, attorno al quale si collocano diversi tipi di legna di varia dimensione, fino alla più fine, che dovrà innescare le prime fiamme. Terminata la preparazione il giorno della festa attorno a questo ‘sacro fuoco’ si svolgono dei particolari rituali preparatori. E’ una cerimonia collettiva, propedeutica ad un momento di incontro dalle funzioni apotropaiche, in funzione di allontanamento dei mali, anche tramite la preghiera, che recitata con tre giri in senso orario ed altri tre in senso opposto intorno alle fiamme, diventa elemento purificatore per i credenti, proiettandoli allo stesso tempo in una dimensione di rinnovata fiducia nel futuro. Intorno al fuoco purificatore, benedetto dal parroco, si riunisce tutta la collettività, religiosa o meno, e si contemplano con gioia e fiducia le fiamme incantatrici, capaci di allontanare sia i mali fisici che quelli dell’anima.
E’, questo del fuoco, un rito di grande gioia, vissuto e trasformato in festa. I partecipanti, incantati dal rituale, dal calore e dal crepitio delle fiamme, mangiano e bevono in compagnia, inebriati dal vino novello che circola in abbondanza. Si commentano e condividono i sapori dei piatti tipici, dei vini e dei numerosi dolci locali, si consumano piatti fumanti di fave e lardo, carni variamente cucinate di maiale, pecora o selvaggina, accompagnate da patate, cipolle e cavoli, offerti con gioia a tutti i presenti. Tutto questo diventa festa comunitaria, rinnova la felicità dello stare insieme, dell’incontro, della condivisione; tradizione, suggestione e raccoglimento, tutti insieme, in riflessione o preghiera, nell’auspicio di un anno migliore.
In questa notte magica è il Santo protettore che aleggia sulla festa e sui partecipanti. Si chiedono al Santo grazie e miracoli in un contesto quasi magico, dominato dall'imponente falò che, lanciando enormi lingue di fuoco, consuma enormi cataste di legna. Il fuoco brucia tutta la notte. Gli anziani osservano con attenzione le caldissime volute del fumo che, uscendo dal tronco infuocato, sale in cielo. Saranno proprio i disegni del fumo emanato a suggerire auspici e profezie per l’annata agraria. All’alba, in silenzio, i resti del grande fuoco non andranno perduti: tizzoni, carboni e ceneri verranno prelevati e conservati. Saranno usati per curare e scongiurare malattie, sia degli uomini che del bestiame; verranno anche utilizzati per preservare le colture (da intemperie e malattie), perché il Santo taumaturgo, ha sempre operato per proteggere gli uomini e le loro cose. Continuando ad invocarlo e festeggiarlo, ne siamo certi, continuerà a farlo.
Grazie, cari amici della Vostra attenzione.

Dal Blog AmicoMario di Mario Virdis




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Il lentisco (Pistacia lentiscus)
e qualcosa sul relativo olio
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Il Lentisco (Pistacia lentiscus, L. 1753) è un arbusto sempreverde della famiglia delle Anacardiaceae.

Caratteri botanici

La pianta ha un portamento cespuglioso, raramente arboreo, in genere fino a 3-4 metri d'altezza. La chioma è generalmente densa per la fitta ramificazione, glaucescente, di forma globosa. L'intera pianta emana un forte odore resinoso. La corteccia è grigio cinerina, il legno di colore roseo.
Le foglie sono alterne, paripennate, composte da 6-10 foglioline ovato-ellittiche a margine intero e apice ottuso. Il picciolo è appiattito e alato. L'intera foglia è glabra.
Il lentisco è una specie dioica, con fiori femminili e maschili separati su piante differenti. In entrambi i sessi i fiori sono piccoli, rossastri, raccolti in infiorescenze a pannocchia di forma cilindrica, portati all'ascella delle foglie dei rametti dell'anno precedente.
Il frutto è una piccola drupa sferica o ovoidale, di 4-5 mm di diametro, di colore rosso, tendente al nero nel corso della maturazione.
La fioritura ha luogo in primavera, da aprile a maggio. I frutti rossi sono ben visibili in piena estate e in autunno e maturano in inverno.



Fitogeografia

Il lentisco è una specie diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo prevalentemente nelle regioni costiere, in pianura e in bassa collina. In genere non si spinge oltre i 400-600 metri. La zona fitoclimatica di vegetazione è il Lauretum. In Italia è diffuso in Liguria, nella penisola e nelle isole. Sul versante adriatico occidentale non si spinge oltre Ancona. In quello orientale risale molto più a Nord, arrivando a tutta la costa dell'Istria.
È una pianta eliofila, termofila e xerofila, resiste bene a condizioni prolungate di aridità, mentre teme le gelate. Non ha particolari esigenze pedologiche.
È uno degli arbusti più diffusi e rappresentativi dell'Oleo-ceratonion, spesso in associazione con l'olivastro e il mirto. Più sporadica è la sua presenza nella Macchia mediterranea e nella gariga. Grazie alla sua frugalità e ad una discreta resistenza agli incendi è piuttosto frequente anche nei pascoli cespugliati e nelle aree più degradate residue della macchia.
Al lentisco vengono riconosciute proprietà pedogenetiche ed è considerata una specie miglioratrice nel terreno. Il terriccio presente sotto i cespugli di questa specie è considerato un buon substrato per il giardinaggio. Per questi motivi la specie è importante, dal punto ecologico, per il recupero e l'evoluzione di aree degradate.



Utilizzo

Pur avendo perso gran parte della sua antica importanza, il lentisco è una specie che ha ancora una larga utilizzazione per molteplici scopi.



Olio di lentisco

In Sardegna l'olio di lentisco (oll'e stincu) è stato fino al XX secolo il grasso alimentare vegetale più consumato dopo l'olio d'oliva e dell'olio di olivastro.[2][3] L'olio d'oliva di una certa qualità era infatti destinato alle mense dei ricchi e per le occasioni particolari, mentre gran parte dell'olio prodotto, essendo di scarsa qualità, era utilizzato prevalentemente per alimentare le lampade. L'olio di lentisco era forse apprezzato per le sue spiccate proprietà aromatiche,[3] di gran lunga superiori a quelle dell'olio lampante, ma in ogni modo si trattava di un alimento destinato alle mense dei poveri, a cui si faceva largo ricorso in periodi di carestia e in occasioni di scarso raccolto dagli olivi e dagli olivastri.
La tradizione dell'olio di lentisco come grasso alimentare si è persa nella metà del XX secolo, allorché nel Secondo Dopoguerra si è avuta una maggiore diffusione prima dell'olio d'oliva, poi degli oli di semi. In seguito, l'olio di lentisco ha avuto rare utilizzazioni sporadiche come prodotto di nicchia o per scopi folcloristici. L'uso dei frantoi oleari per estrarre l'olio di lentisco è sconsigliabile, in quanto le proprietà organolettiche dell'olio d'oliva estratto in lavorazioni successive sono inquinate da quelle aromatiche del lentisco.

Legno

Il legname del lentisco è apprezzato per lavori di intarsio grazie al colore rosso venato. In passato veniva usato per produrre carbone vegetale e ancora oggi è apprezzato per alimentare i forni a legna delle pizzerie, in quanto la sua combustione permette di raggiungere alte temperature in tempi rapidi.

Foglie

Le foglie, ricche di tannini, venivano usate per la concia delle pelli.[senza fonte] I rami sono usati come verde ornamentale. Tale uso massiccio attraverso tagli indiscriminati senza alcun controllo da parte degli organi preposti sta causando seri danni ai boschi dell'Albania della Tunisia e del sud Italia. Per ovviare a tale distruzione dell'habitat si è cominciato timidamente a coltivarlo (primi impianti nella zona di Latina).

Resina

La resina del lentisco è detta mastice di Chio o semplicemente in diverse lingue è indicata con il termine di mastice. Di colore giallo, veniva usata in passato come chewing gum anche per la sua azione benefica sul cavo orale (rassodante delle gengive e purificante dell'alito). È inoltre considerato antidiarroico. Ancora oggi, come per il passato con la resina, sciolta nella trementina purissima, si prepara una vernice per impieghi artistici (pittura a olio e/o a tempera) sia per "mesticare" colori sia per restauri neutri su dipinti antichi. Le sue caratteristiche ne consentono infatti l'asportazione senza danno alcuno.
In Chio, che è il luogo di produzione della resina di maggior pregio, è prodotto un liquore aromatico derivato dalla resina, con funzioni digestive, molto apprezzato, il Mastika.
Gli impieghi attuali della resina vanno dalla profumeria all'odontotecnica (come componente di paste per le otturazioni e mastici per le dentiere). È anche impiegato come componente nella produzione della gomma da masticare.
La resina si può estrarre praticando incisioni sul fusto e sui rami in piena estate e raccogliendola dopo che si è rappresa all'aria. Si sottopone a lavaggio per eliminare le impurità e si conserva dopo essiccazione in contenitori di legno.

Frutti

In passato i frutti venivano sottoposti a bollitura e a spremitura per estrarre un olio impiegato come combustibile per l'illuminazione e come succedaneo dell'olio d'oliva per l'alimentazione. Tuttora in Sardegna è utilizzato, anche se raramente, popolarmente e nella ristorazione.

Giardinaggio

L' Arbusto del lentisco si presta per essere impiegato come componente di giardini mediterranei e giardini rocciosi. Poiché resiste bene alle potature drastiche è adatto anche per la costituzione di siepi geometriche, dal momento che la ramificazione fitta, la vegetazione densa e le ridotte dimensioni delle foglioline si prestano a questo scopo.

Da Wikipedia.

STUDI PRELIMINARI SULLA CATENA PRODUTTIVA DELL’OLIO DI LENTISCHIO FRA TESTIMONIANZE ETNOGRAFICHE E SPERIMENTAZIONE

di Cinzia Loi

Il lentischio, Pistacia lentiscus, è un arbusto sempreverde dall’intenso profumo resinoso e aromatico, tipico della macchia mediterranea, molto diffuso in Sardegna dalla pianura alle zone montuose (kessa, moddizzi).
Le foglie, ricche di tannino, venivano impiegate per la concia delle pelli, mentre il legno, ottimo da ardere, veniva usato per produrre carbone vegetale.
Dai frutti si ricavava un olio, utilizzato un tempo principalmente per l’illuminazione, per la cura delle ferite del bestiame e, nelle tavole dei poveri, per uso alimentare.
Attraverso varie campagne di indagine etnografica nell’area del Barigadu (Sardegna centrale), in cui l’uso dell’olio di lentischio (s’otzu’e lustínku) è documentato fino agli anni 40 del Novecento, sono emerse diverse testimonianze sui metodi di produzione dello stesso, oggetto di studio nel presente lavoro.
La raccolta delle drupe (su lustínku), attività riservata qui alle donne, aveva luogo da Novembre fino a Gennaio inoltrato, quando da rosse divengono nere. Un’ottima zona di raccolta pare fosse quella prossima alle attuali rive del Lago Omodeo. Il materiale necessario alla raccolta era costituito essenzialmente da un crivello (su kiliru de kirrintzonare), tenuto poco sotto il petto mediante una funicella fatta passare attorno al collo, e da un sacco di lino grezzo. La raccolta avveniva sfregando energicamente, con ambo le mani, ramo contro ramo (frigare).

Una volta terminata la raccolta, e dopo un breve periodo di riposo, si procedeva alla lavorazione. Le drupe, immerse – all’interno di un grosso recipiente – in abbondante acqua fredda portata poi ad ebollizione, venivano ripescate a cottura ultimata, ovvero man mano che salivano a galla, e trasferite all’interno di un sacco di forma allungata. Mediante pigiatura diretta, a piedi nudi, si procedeva alla spremitura.
Questa operazione, che poteva avvenire al di sopra di un semplice masso di pietra – certamente il metodo più antico – o di un tronco cavo, era agevolata dall’utilizzo costante di acqua calda, versata all’interno del sacco. Il liquido così estratto veniva portato e tenuto in ebollizione per circa tre ore, avendo cura di eliminare la schiuma che si formava in superficie (argentare). Dopo un eguale lasso di tempo, si procedeva alla separazione dell’olio dal liquido acquoso. Tale liquido veniva riposto sul fuoco al fine di procedere ad una seconda e, talvolta ad una terza, estrazione.



Di ciascun metodo produttivo ne è stato sperimentato il processo operativo (resa 3 l circa per 18 kg di prodotto).
Che l’olio di lentischio fosse usato in Sardegna per l’illuminazione almeno dall’epoca nuragica, lo testimonierebbe, secondo il Lilliu, una vasca di marna calcarea atta alla macerazione dei frutti del lentischio, rinvenuta in un vano della reggia nuragica di Barumini. A ciò si aggiungano gli innumerevoli esempi di lucerne di varia tipologia della stessa epoca emerse dagli scavi archeologici. Nel Barigadu, il rinvenimento di fondi di pressa (areae) e contrappesi (stelae) in svariati siti di epoca romana e altomedievale, sembrerebbe riportabile alla produzione di oleum lentiscinum. Palladio, nella sua opera sull’Agricoltura Opus Agriculturae, ne consigliava la produzione ai suoi lettori. A vasche per la lavorazione dell’olio di lentischio farebbero pensare le espressioni tipo petra de laccu (292) presenti nel condaghe di San Pietro di Silki.

Da Cinzia Loi su archeoloGGia nuraggica



Il Terebinto
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Pistacia terebinthus L.
Sp. Pl.: 1025 (1753)

Anacardiaceae

Terebinto, Spaccasasso, Scornabecco, Cornucopia.
Térébinthe, Terebinth, Arbol trementino, Terpentin-Pistazie.



Descrizione

Cespuglio o piccolo albero alto 1-5 m con odore resinoso.
Fusto con corteccia bruno rossastra, glabra nei rami giovani e con lenticelle lineari longitudinali di 1 mm
Le foglie sono decidue, alterne, con picciolo rossastro, un poco allargato alla base, ma non alato, sono imparipennate, con generalmente 9 foglioline alterne, intere, ovate oblunghe o oblunghe lanceolate, arrotondate o acute e mucronulate all'apice, coriacee, glabre, verdi lucenti e scure di sopra, più pallide e grigiastre nella pagina inferiore, pelose da giovani poi glabre.
Infiorescenza lassa all'apice dei rami, a forma di pannocchia piramidale, ramosa, con fiori dioici, rachide assottigliata verso l'alto, verde o rossiccia con pedicelli più corti del fiore. Brattee caduche, grandi, lanceolate od ellittiche, cigliate e pubescenti, bratteole lineari, biancastre o soffuse di rossastro.
I fiori sono privi della corolla, i maschili hanno il calice diviso in 5 lacinie più o meno uguali, lanceolate, acute, 5 stami pupurei opposti ai sepali più lunghi del calice, filamenti cortissimi e antere grosse verdi e rosse; quelli femminili formati da 3 carpelli saldati, supero rosso con 3 stili saldati soltanto in basso e tre stimmi porpora.
I frutti a grappolo con peduncoli di 4-7 mm, sono piccole drupe subglobose, apiculate, dapprima verdastre poi rosso-brunastre a maturazione.



Tipo corologico (la corologia, o fitogeografia corologica, è la disciplina che studia la distribuzione geografica delle piante

Entità con areale centrato sulle coste mediterranee, ma con prolungamenti verso nord e verso est (area della Vite).
Presente in italia in quasi tutte le regioni, più raro nell'Italia Settentrionale e mancante sulle montagne elevate e nelle pianure alluvionali.



Habitat

Boschi termofili, pendii e fessure di rupi calcaree e aride.



Etimologia

Il genere prende il nome dal latino pistacia col quale venivano chiamate queste piante, e dal greco pistakê che indicava i frutti di questa pianta, entrambi i nomi sembrano a loro volta derivare dal persiano.
Il nome specifico dal greco terebenthus che era quello della sua resina.
Il nome volgare di Spaccasasso e dovuto al suo apparato radicale sviluppato e profondo che ben si adatta a terreni rocciosi, quello di Scornabecco o Cornucopia per le galle a forma di corna di capra che si sviluppano sulle sue foglie nel periodo vegetativo o per la durezza del suo legno superiore al corno del becco.

Proprietà ed utilizzi

Pianta rustica e assai resistente alla siccità, dotata di un apparato radicale sviluppato e profondo che resiste anche molto bene al gelo, grazie a queste sue carateristiche è utilizzata come porta-innesti per il pistacchio (Pistacia vera L.) che, è coltivato per il seme.
Il suo legno, particolarmente duro viene utilizzato per ricavarne oggetti col tornio.
Dalla corteccia si estrae una resina, la trementina di chio, dotata di proprietà astringenti, digestive, emostatiche ed espettoranti.
In Oriente viene usata come masticatorio per profumare l'alito e rinforzare le gengive, e per lo stesso scopo in Spanga veniva prodotto dalle galle un vino astringente.
Dai suoi semi si ricava un olio alimentare.
Le galle e le foglie venivano utilizzate per curare la diarrea, per le proprietà astringenti del loro contenuto di tannini.
Ai suoi frutti si attribuiscono proprietà afrodisiache e diuretiche, a Cipro vengono usati per preparare dei particolari tipi di pane, e a Creta si utilizzano per prepare un particolare liquore chiamato tsikoudia che è lo stesso nome col quale chiamano la pianta; in Turchia i suoi frutti tostati vengono usati per preparare una bevanda simile al caffè conosciuta come menengiç kahves, e i suoi oli essenziali sono impiegati nella fabbrica di saponi (Soap Bittim) per la bellezza della pelle e dei capelli.
Recentemente dal dipartimento di farmacologia della "Universitat de València, Burjassot, Valencia, Spain", alcuni ricercatori hanno estratto dalle galle del terebinto tre differenti triperteni attivi contro infiammazioni acute e persistenti.ATTENZIONE uso indicativo pertanto ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.

Da ACTA PLANTARUM



Su Pan’ispeli, l’antico pane di ghiande
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Su Pan’ispeli viene nominato da Plinio il Vecchio nel I secolo D.C, descrivendolo come un pane di ghiande impastato con argilla del quale si nutrivano i Sardi.
Il pane di ghiande era utilizzato per buona parte dell’anno e veniva preparato scegliendo la quantità necessaria di ghiande ben mature, le quali venivano sbucciate e si ponevano a cuocere in una specie di lisciva, ottenuta filtrando l’acqua di cottura attraverso uno strato di argilla speciale, ricca di ferro, e di cenere di alcune erbe aromatiche. La cenere serviva a togliere l’aspro e l’amaro del tannino delle ghiande, e l’argilla dava il glutine necessario a legare l’impasto.
Entrambe questi ingredienti contribuivano a render più gustoso e digeribile il pan’ispeli.
Quando le ghiande, per effetto della cottura, raggiungevano la consistenza della polenta, assumendo quasi il colore del cioccolato, si stendevano su tavole a rassodare, per poi venir tagliate a fette o a pani. Seccato al sole o al forno, il pan’ispeli veniva quindi consumato come un pane qualsiasi, col solito companatico nostrano, formaggio, lardo ecc.



Paolo Mantegazza scrisse: “Il pane di ghiande deve rimandarsi ad usi e popoli antichissimi, forse ai primi abitatori della Sardegna“.
Vittorio Angius affermò che “Le donne di Baunei ne portano in altri paesi e lo vendono più caro che se fosse di farina scelta. Se ne manda in dono e si pregia come una cosa singolare…”.
Osvaldo Baldacci scrisse: “Fin dal 1938, durante imiei viaggi nell’Ogliastra potei constatare che il pane di ghiande non rientra più nel regime alimentare quotidiano, ma che persiste tuttora come singolarità tradizionale nella mensa di persone povere e facoltose durante le festività paesane“.

Questo pane, “Manna amara” ma capace di nutrire, viene descritto, anche se a volte in modo contradditorio, dai non pochi studiosi che ne hanno dissertato. Nel XVIII e nel XIX secolo gli scrittori, dal Cetti in poi (1774), descrivevano il pane di ghiande come qualcosa di detestabile e incredibile; altri, come Angelino Usai, lo consideravano “più adatto ad avvelenare un uomo che a nutrirlo”. Particolarmente interessante lo studio effettuato dall’Usai e riportato nel suo libro "Baunei" (Editore Fossataro, 1968), dove afferma che l’usanza del pane di ghiande, che oggi sopravvive solo in Ogliastra, era ‘antica tradizione’ di tutta la Barbagia e di altre zone della Sardegna, dove era chiamato con nomi differenti: oltre a panispeli, lande cottu (Baunei e Triei), lande kin abba e ludu orrubiu (Talana e Urzulei).

Anche il Lamarmora parla di questo prodotto ed afferma non solo di aver assistito alla sua preparazione ma anche di averlo mangiato, ‘senza alcun rimpianto’, però. Altri, come Paolo Mantegazza, hanno scritto che: "Il pane di ghiande deve rimandarsi ad usi e popoli antichissimi, forse ai primi abitatori della Sardegna".

Vittorio Angius nei suoi scritti affermò che "Le donne di Baunei ne portano in altri paesi e lo vendono più caro che se fosse di farina scelta. Se ne manda in dono e si pregia come una cosa singolare...". Osvaldo Baldacci, invece, scrisse: "Fin dal 1938, durante i miei viaggi nell'Ogliastra potei constatare che il pane di ghiande non rientra più nel regime alimentare quotidiano, ma che persiste tuttora come singolarità tradizionale nella mensa di persone povere e facoltose durante le festività paesane". Lello Fadda, infine, ha riportato, nel suo bellissimo articolo "Geofagia in Sardegna", la descrizione dettagliata di un vero e proprio cerimoniale a sfondo religioso effettuato nel Marzo del 1957 a Baunei.



Vanda Serra. Il giglio sardo vittima del prete bandito
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Il villaggio di Aidomaggiore, antica curatoria del Guilcer, era centro nevralgico e luogo di scambio tra la Sardegna occidentale e l'entroterra. Il nome "Idu Majore" significa infatti ingresso principale ed è da quest'apertura che il male fece la sua trionfale entrata nella comunità. Quel tragico 7 gennaio 1925 segnò per sempre la vita dei suoi abitanti e della piccola Vanda Serra.

Primogenita dell'uomo più potente della valle, Vanda nasce il 13 febbraio 1913. È l'erede del noto possidente dell'oristanese Giuanne Serra e le verrà dato il nome di Vanda Maria Bonacata.
I genitori di Vanda si sposano dopo un fidanzamento fulmineo, ordito dal parroco del paese e commissionato dalle laute disponibilità di Giuanne. Su meri, come veniva chiamato da tutto il paese, è uomo buono, onesto e probo ma assai attempato con i suoi sessant'anni d'età quando posa lo sguardo sulla nuova maistra 'e schola, la cagliaritana Amalia, appena ventenne. Giuanne, che diverrà podestà della comunità durante il ventennio fascista, trattò quel fidanzamento come qualsiasi altro affare agrario, mise a disposizione dell'avida forestiera ogni suo avere: vigneti, opifici, case e capi di bestiame di cui egli stesso aveva perso il conto. La giovane Amalia ritenne il capitale adatto a barattare gioventù e bellezza.

La piccola Vanda, della cui bellezza conta meraviglie tutto il paese, nasce a nove mesi scarsi dal matrimonio e sembra unire prodigiosamente i due sposi che in troppi addittavano come coppia ad orologeria, per la troppa differenza d'età. A dispetto di tutto Vanda cresce tra il calore dei genitori e le attenzioni della servetta Borica, che bada solo a lei.

Le aziende di Giuanne prosperano. Il tempo avanza e questo babbo-nonno vive l'apprensione di assicurare un futuro sereno per la sua bambina che è la sua unica, vera ragione di vita.
Meri Serra compie però un passo falso con la giovane moglie. Benchè astuto e avveduto negli affari, favorisce ad Amalia su un piatto d'argento l'occasione di un tradimento. Come contabile del suo nuovo ed efficientissimo caseifico assume il quasi avvocato Peppe Camboni, giovane bello e ambizioso.
Il tradimento è plateale ed umiliante. Giuanne, uomo ferito nell'onore, allontana la moglie dalla casa padronale. Vanda però resta con lui. Su questo non transige ed è pronto a cedere alla moglie tutti i suoi averi qualora fosse intervenuta la legge, ma la bambina è la sua vita.

Vanda ama riamata quel padre a cui è devota sopra ogni altra cosa. Impara presto a leggere e a scrivere per aiutare il più possibile il vecchio negli affari di campagna e di paese. Sarà proprio lei, sbalorditivamente, a gestire i conti del caseificio durante gli anni della scuola elementare, ricoprendo quell'impiego che fu dell'amante di sua madre.
Vanda e Giuanne fanno tutto assieme, sono amati in paese perchè l'abbondanza dei loro beni è sempre pronta ad essere elargita a quanti ne abbisognano, soprattutto in questi anni del dopoguerra dove è lusso anche un tozzo di pane. Padre e figlia sono assieme anche nell'aprile del '24 quando il re, Vittorio Emanuele III, inaugura la diga del Tirso, complimentandosi per il lago artificiale più grande d'Europa. Il re passò tra le due ali formate dai podestà di tutti i paesi attorno all'Omodeo. Vedendo Vanda la accarezzò e le baciò le guance, fatto che venne ricordato per lunghissimo tempo in paese.

Un giorno Vanda, come ogni settimana, si reca a scuola di cucito da tzia Cicita Ara. La fanciulla non ha bisogno di imparare l'arte del ricamo, come le altre fanciulle che frequentano la scuola di tzia Cicita, per potersi preparare il corredo. Vanda possiede un'enorme quantità di biancheria ricamata dalle sapienti mani delle suore di tutta la Sardegna e del continente, tanto da far invidia ad una Savoia, ma la ragazzina è uno spirito curioso e ama saper fare tutto.

Quel giorno maledetto, il 7 gennaio 1925, nevica. Borica va a prenderla a scuola di cucito ma Vanda è già rientrata perchè la serva aveva tardato.

Borica si stupisce di non aver incontrato la bambina sulla strada. Si reca a casa fiduciosa di trovare Vanda davanti ad una tazza di latte caldo. Lussurtza, la serva più anziana, intuisce qualcosa di insolito nel ritardo della bambina, in dodici anni Vanda è stata un esempio di obbedienza e non le sarebbe mai venuto in mente di dare pensiero in casa. Le due serve decidono di chiamare il padre dalla vicina campagna.

Iniziano le ricerche capillari in tutto il borgo e nelle campagne. In quella notte di tregenda tutto il paese, piccoli e grandi, uomini e donne partecipano alle ricerche. Le vicine di casa cercano di ricostruire assieme ai carabinieri i consueti movimenti di Vanda. Peppa Rosa Ziulu piange disperata e prega contrita assieme alle altre pie donne di chiesa.
È notte fonda. Improvvisamente un sasso spacca il vetro di una delle stanze da letto. Giuanne, in compagnia delle donne e dei carabinieri, si precipita verso la fonte del rumore. La pietra è avvolta in un pezzo di carta che riporta una scritta:
«Ti chiediamo di portare la somma di 85 mila lire nel campo di carciofi. Ti conviene pagare subito, altrimenti avrai tristi conseguenze».

La piaga del banditismo imperversa più che in passato nelle campagne del Guilcer, ma prima d'ora i banditi non hanno mai infranto la prima regola del codice: "Non toccare donne e bambini". Il banditismo cambia la propria pelle su quella della piccola Vanda.

La perlustrazione del paese continua. Tutte le case dell'abitato vengono pequisite, ne mancano solo cinque, non serve controllarle perchè sono quelle delle donne di chiesa quindi la ricerca può già, dolorosamente, dichiararsi conclusa e con un'unica sentenza: Vanda è nelle mani di criminali, sparita in chissà quale grotta di campagna in attesa del pagamento di riscatto.
Il brigadiere del paese, però, è uno di quei pedissequi applicatori del protocollo ed esige che nulla si lasci intentato, chiede dunque che sia riaperta ogni abitazione. Peppa Rosa Ziulu, la vicina, la ritiene una misura superflua ma accetta mostrando solo un imbarazzato pudore per la modestia della propria dimora. Accompagna i carabinieri in un frettoloso tour tra le poche stanze e gli anticipa all'uscita.
Gli uomini in divisa indugiano però davanti al sottoscala. La formalità imposta dalla situazione e la scarsa illuminazione della lanterna li costringono a fare tutto con lentezza, pensa Peppa Rosa.
La verità è differente. Viene rinvenuto il corpicino decapitato della piccola Vanda, avvolto in un lenzuolo e nascosto sapientemente nel sottoscala.



«Abbiamo ucciso Vanda con un istrale (una scure, ndr.). Non voleva morire. Preide Giuanne Ispanu mi aveva promesso che con i soldi di Meri Serra saremmo andati in America. Lì i preti si possono sposare», così depose al processo Peppa Rosa.
In paese sapevano tutti che per il parroco Giovanni Spanu la beghina era qualcosa in più di una servizievole presenza. Peppa Rosa era conosciuta da tutti come una donna ignorante e davanti ai giudici esibisce, come una medaglia al valore, il suo esser stata la prediletta del parroco del paese, lei scelta tra tutte, e decide di ricompensare quell'attenzione collaborando all'uccisione di Vanda, colomba pura e vittima innocente che lottò mentre don Spanu la teneva ferma e lei la decapitava con la scure.

Peppa Rosa, nera come un corvo nella corazza del suo scialle, dichiarò al giudice: "Lo ho fatto per amore".

Vennero condannati entrambi all'ergastolo, il 19 marzo 1926, con una sentenza di cui, come per tutti i momenti della vicenda, il rapimento di Vanda compreso, non c'è alcuna traccia sulla stampa. Giuanne pare vittima di quella politica che ha servito con onestà e che ora ne ha censurato la disperazione con il silenzio più assordante.



Tutti hanno un ruolo e una maschera nella macabra danza dell'ipocrisia di un paese, che forse vedeva e taceva. Chi non portava la maschera non ha trovato posto nella commedia e cade a terra come un giglio reciso tra le fertili valli del Guilcer.

Da LA DONNA SARDA del 10/01/2017



















Cantarelli (Cantharellus cibarius)
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Funghi Finferli, Cantarelli, o Cantharellus cibarius
Il nome latino dei finferli o cantarelli sta ad indicare, molto probabilmente per la sua forma, un “piccolo vaso commestibile“. I finferli, se osservati attentamente, sono funghi difficilmente confondibili con altre specie.
Uno degli aspetti caratteristici dei funghi finferli, conosciuti anche come "gallinacci", è che sotto al cappello non vi sono delle vere e proprie lamelle ma piuttosto delle pieghe molto marcate.
Tutto il fungo ha lo stesso colore giallo acceso distribuito in modo uniforme, il cappello, negli esemplari adulti, si presenta convesso al centro (da qui il nome di “Cantharellus“, vaso).



Le pieghe sotto al cappello dei finferli si prolungano verso il gambo del fungo e la loro carne ha un gusto dolciastro, quasi fruttato, che è caratteristico di questa specie. I cantarelli sono molto apprezzati e conosciuti in tutta Italia. Alcune persone li consumano anche crudi in insalata ma possono anche venire essiccati o conservati sott’olio.
Crescono indifferentemente sia nei boschi di conifere che di latifoglie in grandi gruppi disposti a circolo, con preferenza sotto a castagni e querce. Il periodo in cui lo si può trovare va da inizio estate ad autunno inoltrato. È reperibile in tutte le zone d’Italia a partire da zone situate al livello del mare fino ad un’altitudine di 2.000 metri.
I cantarelli sono funghi ben conosciuti ed a volte, soprattutto durante la prima fase di nascita, non è molto facile trovarli in quanto nascosti sotto le foglie e sovente ben interrati.



Per la raccolta sono da preferire gli esemplari ancora giovani che sono notoriamente più compatti e gustosi. Insieme ai porcini i finferli o cantarelli sono tra i funghi più ricercati e prelibati. Sempre insieme ai porcini sono i funghi che più si prestano ad essere cucinati in moltissime ricette.











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